Geopolitica al lavoro

Settimane intense quelle che si stanno vedendo sugli scenari internazionali in questi giorni, dalla primavera araba alla situazione economica europea, ai nuovi rapporti di forza in ambito G20 e così via.
Lo scenario a noi più vicino, quello del Mediterraneo, sta subendo il maggior numero di variazioni, per lo più legate a rivolte interne, che stanno destabilizzando i regimi affermati da tempo per far sorgere nuove “democrazie”, anche se a parer mio il rischio è che si vengano a creare proprio dinanzi alle nostre coste una costellazione di stati islamisti con un forte fattore di componente religiosa al potere e i soliti problemi di deriva fondamentalista con cui ogni stato islamico deve fare i conti. In tutto questo miasma di cambiamenti, le ambizioni dei partner europei si cominciano a mostrare per quel che sono, ovvero ingordigie di influenza in grado differente al passato e fondato su rapporti presunti o tali di politica estera diretta o indiretta.
Un caso a parte rappresenta la Libia, che con la sua vicinanza e la sua storia recente ha nei confronti dell’Italia un rapporto di primo piano, vuoi anche per rapporti personali del Presidente del Consiglio con l’ormai deposto e defunto Gheddafi, ma indubbiamente per il fatto che rappresenta la nostra più vicina e più contesa ex-colonia. Le relazioni economiche su gas e petrolio che avevano messo in campo le nostre aziende saranno rimesse in discussione dall’arrivo in territori incontaminati delle compagnie francesi, inglesi e tedesche, per non parlare di quelle americane, che deposto il rais possono tornare a considerare la Libia come possibile partner.
Non resta che guardare alla finestra cosa accade, consci che una nazione come la nostra, priva di materie prime, fondata tutta sulla trasformazione e in forte competizione con nazioni emergenti, come India e Cina, andare a perdere relazioni essenziali su carburanti strategicamente rilevanti potrebbe essere devastante.

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