>Sigmar perde, Sigmar vince – reload

>La piana era affollata di soldati imperiali misti a penitenti sigmariti. Tutti in attesa di una parola salvifica da parte di Arlonius, Arciprete di Sigmar autoproclamatosi tale dopo la battaglia avuta con le empie progenie del ratto cornuto, in realtà un ex-picchiere di terza linea che aveva avuto una folgorazione sulla via di Altdorf. L’aria era gonfia di eccitazione e di attesa, che grandi erano le speranze riposte nella capacità medianica nei confronti di Sigmar del nuovo condottiero imperiale, specie dinanzi alla battaglia che si avvicinava. Gli uomini di Sigmar avevano atteso a lungo la paga dai gabellieri imperiali, ma ancora non si era visto nessuno e le risorse scarseggiavano. Aver incrociato una spedizione mineraria nanica era stato letto da Arlonius come un segno di Sigmar e pertanto accolto con la salvifica certezza che era giusto spargere il sangue di quei nani per raccogliere il giusto frutto del loro lavoro. La convinzione della truppa non era tutta con Arlonius ma i suoi prodigi misti a una forte presenza di flaggellanti accorsi dalle limitrofe campagne aveva convinto anche i più diffidenti ad accogliere la versione prodotta dal “Profeta”.
L’eccitazione salì all’imporvviso. Sul carro dotato di grifone apparve una figura paludata che stringeva un breviario Sigmarita in piena concentrazione. Pareva quasi sul punto di piegarsi su se stesso sotto il peso di una forza invisibile. Poi, mentre il fiato dei soldati veniva trattenuto ed un silenzio irreale scendeva nella piana, si risollevò in tutta la sua altezza e portate le mani al cielo urlò con voce stentorea “Fratelli! SIGMAR LO VUOLE!”. Lance si sollevarono al cielo, mazze furono agitate mentre un fervore mistico pervadeva le forze imperiali in ogni rango.
Subitanea giunse una terribile scossa di terremoto che sconvolse in ogni dove l’assemblamento di uomini attorno al carro. Tende caddero, masserizie furono scompaginate e interi ranghi di uomini caddero a terra per la forza terribile del cataclisma. Lo stesso Arlonius cadde pesantemente dal carro che minaccio di ribaltarglisi sopra.
Un terrore atavico e superstizioso prese gli uomini che fino ad allora avevano inneggiato Sigmar e il suo profeta. Nel silenzio di sconcerto che seguì, Arlonius prese l’iniziativa e balzato sul carro nuovamente prese a comandare l’assetto da battaglia, le vesti inzaccherate di fango e escrementi di cavallo a seguito dell’atterraggio duro sul terreno, gli occhi febbricitanti e in preda al delirio mistico.
Gli uomini dell’Impero obbedirono con la disciplina che gli era propria, ma gli animi erano scossi e la cosa era evidente. Per tenere la disciplina e la voglia di combattere viva nelle sue truppe Arlonius si posizionò al centro della milizia cittadina, composta di picchieri e spadaccini, tenendo anche i suoi riottosi ufficiali vicino a lui. Poi ordinò l’avanzata.
Le forze imperiali avanzarono come un sol uomo verso la linea lucente di armature e armi che formavano la fitta schiera di nani difronte a loro, accompagnati dal rombo delle macchine da guerra che cominciavano a tirare contro le linee dei figli di Grugni. Ma la proverbiale precisione imperiale mancò alla prima salva, andando ad arare il terreno di fronte ai due schieramenti, con solo un colpo di bombarda che atterrò tra le linee nemiche, sollevando qualche guerriero dalla lunga barba e coprendo di polvere tutti gli altri.
Arlonius spronò ulteriormente i cavalli dell’altare da guerra, volendo arrivare rapidamente al contatto con il nemico, ma la sua foga gli fu fatale. Una ruota del carro si ruppe su un masso, proprio mentre dardi chiodati di balista provenienti dalle linee nemiche lo prendevano di mira. Il carro si inclinò da un lato, sbandando paurosamente e scompaginando l’intera unità di picchieri con il suo ondeggiare, mentre le energie magiche del carro piegavano la traiettoria di una palla di cannone indirizzata al grifone dorato e una balista mancava a seguito del movimento improvviso del carro a seguito della rottura del mozzo, un dardo prima destinato ai cavalli che trainavano l’altare si trovò improvvisamente la strada spianata per il petto del Profeta. Questi lo vide arrivare, sollevò il breviario mormorando una rapida preghiera ed ebbe solo il tempo di morire. Alla vista del Profeta esanime sul carro piegato e del grifone che lo sormontava che lambiva la polvere le Staffette del 13° Distaccamento di Nuln decisero che le perdite subite fino a quel momento erano abbastanza e voltate le spalle alle incombenti forze naniche, si diedero alla fuga. Mentre il morale dello schieramento imperiale vacillava e il dubbio di essersi imbarcati in un’avventura senza speranza cominciava a prendere il cuore dei figli di Sigmar, una voce calda e autorevole riempì le orecchie di Rascall, capitano imperiale e custode della reliquia del Grifone, che garriva sopra le linee compatte di picchieri: “L’impostore è caduto. Salva i miei figli!”
Pervaso da una forza e da un vigore ignoti, Rascall si erse sopra i rottami dell’Altare da Guerra e sguainata la spada che gli cingeva il fianco la puntò verso le linee dei nani urlando “Avanti figli di Sigmar!!! Avanti verso la battaglia!”. Il suo incitamento raggiunse anche le propaggini più lontane della linea imperiale, come portata da un vento di speranza. A sottolinearle arrivarono anche una serie impressionanti di centri da parte delle artiglieri imperiali. Le linee naniche furono sconvolte da esplosioni, fumo e terra avvolsero i ranghi di disciplinati guerrieri e quando questi tornarono visibili erano meno fitti e una macchina da guerra, il pernicioso cannone organo, giaceva distrutto al centro dello schieramento avversario.
L’Impero riprese ad avanzare. Non potendo confidare più su una guida certa, e venendo meno anche le energie magiche, rintuzzate con maestria dai forgiarune nemici, non rimaneva che acciaio e polvere nera per piegare l’opponente e portare a casa la giornata.
Lo scontro arrivò feroce, subitaneo e coinvolse l’intero contingente appiedato imperiale e tutto il centro dello schieramento nanico. Picche ondeggiavano, spade si sollevavano, martelli calavano e salivano a ritmi cadenzati e letali, urla, scudi infranti, incoraggiamenti. Un vero bagno di sangue in cui non si chiedeva resa e non si concedeva. La guardia del corpo del generale nano attaccava con foga le linee sempre più sottili di picchieri umani, che si andavano stringendo attorno all’unica scintilla di speranza che ancora rimaneva loro, quella figura che reggeva uno stendardo con sopra un grifone e che non lasciava cadere mai lo spirito guerriero, ma anzi, invasato e coperto di sangue non suo continuava a combattere con cieca determinazione. Uno dopo l’altro caddero i picchieri, uno dopo l’altro si portarono via i determinati guerrieri che difendevano il generale nano. Alla fine le due unità si esaurirono e lo stesso generale nano si diede alla fuga (anche se per la verità a cedere furono i nervi dei portantini). Poi fu solo silenzio e morte.
Rascall, le mani insanguinate attorno all’asta dello stendardo, un’ascia strappata ad un guerriero nano nella battaglia nella destra, osservò la desolazione del campo di battaglia, il lutto dei flaggellanti che si erano radunati intorno ai rottami dell’altare da guerra, le truppe imperiali in fuga in lontananza, troppo sconvolte dalla durezza della pugna per resistere ulteriormente, i cadaveri dei picchieri che giacevano intorno a lui, in anelli concentrici sempre più stretti, morti, ma non sconfitti. Sigmar aveva perso. Sigmar aveva vinto

2 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. Asciaparlante
    Apr 08, 2009 @ 09:25:00

    >:D bel racconto, calzamaglia! La parte del terremoto, che credo rappresenti l’ingresso di Marina sul campo di battaglia, mi ha fatto scompisciare! Appena posso metto la versione nanica della battaglia!

    Rispondi

  2. Lthandius
    Mag 15, 2009 @ 15:44:00

    >Ci’… ma la versione nanica? io aspetto aspetto… ma te non promettere se poi non mantieni : )

    Rispondi

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